MENTE, AFFETTI, APPRENDIMENTI. GLI ADOLESCENTI ADOTTATI NEL CONTESTO SCOLASTICO 
 
di Livia Botta 
 
Stralci della relazione all' 11° Convegno nazionale  di Psicoterapia psicoanalitica dell'adolescenza, Parma 3-4 ottobre 2014 
(per ragioni di privacy, sono stati eliminati  tutti i riferimenti a vignette cliniche e a situazioni che potrebbero essere riconoscibili) 
 
 
E' esperienza di chi lavora con gli adolescenti adottati e con le loro famiglie come sovente il motivo all'origine di una richiesta di consultazione sia riconducibile a comportamenti problematici e a difficoltà che si manifestano, oltre che in famiglia, in ambito scolastico. Si può affermare che nell'adolescenza adottiva gli insuccessi scolastici e la disaffezione alla scuola siano uno dei principali segnali rivelatori di un disagio, oltre che una delle più significative cause d'incomprensioni e conflitti tra genitori e figli.  
Quando si pensa alla scuola, bisogna ricordare che essa è luogo sia di apprendimenti che di relazioni, e principalmente di relazioni tra pari. In quanto tale l'esperienza scolastica  –  in particolar modo nella scuola superiore, ambito meno protetto rispetto alla scuola media - rappresenta per tutti gli adolescenti una sfida e insieme un'occasione di verifica di sé. Gli anni della scuola superiore corrispondono al periodo i cui gli adolescenti scoprono e definiscono ciò che sono e a grandi linee saranno, in termini di competenze cognitive ed emotive, di abilità e di fragilità; in cui matura in loro il bisogno di sentirsi apprezzati e valorizzati fuori dal contesto familiare, vengono esplorate le prime autonomie e si sperimentano le prime relazioni amorose. La scuola superiore in quanto luogo di apprendimento e di socializzazione diventa il principale banco di prova su cui sperimentarsi alla luce del sole e “senza rete”, in cui scoprire ed esercitare le proprie potenzialità, il proprio valore, il ruolo che si tenderà ad assumere in tutti i successivi gruppi di appartenenza. 
Da qui il rispecchiarsi, in tanti casi, tra il disagio adolescenziale e il comportamento scolastico, tra le difficoltà scolastiche e la complessità di questa fase di vita: fenomeno che riguarda tutti gli adolescenti, non solo gli adottati. Tra questi ultimi, tuttavia, è mediamente più diffuso poiché la loro adolescenza è senz'altro più complessa. Talvolta, inoltre, si presenta in foma più drammatica, quando agli insuccessi vanno a sommarsi comportamenti provocatori, trasgressivi e/o aggressivi o al contrario isolamento, ritiro e rinuncia che finiscono per sfociare in una fuoriuscita dalla scuola, per bocciature o per abbandoni.  
Sono questi i casi su cui vorrei puntare l'attenzione, tenendo sempre presente, tuttavia, che non tutti gli adolescenti adottati hanno problemi a scuola, e che quando i problemi ci sono in molti casi non sono diversi da quelli che incontrano tanti loro coetanei. Vorrei evitare il rischio di considerare gli adolescenti adottati come una “categoria”, per vederli invece come un gruppo in cui certi fenomeni tipici possono manifestarsi con una certa frequenza. 
E' importante allora cercare di esplorare il nucleo vero delle difficoltà che si presentano a scuola, per individuare gli ambiti su cui sia possibile intervenire, e insieme comprendere quali siano i migliori dispositivi di supporto o di cura, e chi possano/debbano esserne i destinatari (in che misura gli adolescenti stessi? In che misura i genitori? In che misura la scuola?). 
Una prima questione su cui riflettere è quanto le difficoltà scolastiche riguardino la sfera cognitiva e quanto invece quella emotiva. E' una domanda che spesso i genitori si pongono: “Mio figlio è intellettualmente poco dotato, oppure le sue difficoltà derivano da una sorta di inibizione alla conoscenza di origine psicogena e relazionale?”. Domanda a cui non esiste risposta certa e univoca, poiché nella maggior parte dei casi le difficoltà scolastiche sono multifattoriali, frutto di una sommatoria di criticità che vede, a seconda dei casi, il prevalere della dimensione cognitiva o di quella affettiva e relazionale con ripercussioni reciproche. 
Ma quali possono essere le ragioni alla base di quella sorta di inibizione alla conoscenza che incontriamo in un certo numero di preadolescenti e adolescenti adottati?  
Più voci di ambito psicoanalitico (Artoni Schlesinger, Gatti 2009; Buranelli, Gatti, Quagliata 2010) hanno approfondito questo aspetto: nel rapporto con l'apprendimento l'adolescente adottato si troverebbe sottoposto, dal punto di vista psicologico, alla pressione di due forze contrastanti, la prima nella direzione dell'apprendimento del nuovo, indispensabile per la crescita, la seconda nella direzione dell'oblio del passato e della conseguente collocazione delle conoscenze nell'area del dolore e dell'evitamento. Si tratta di un bisogno di non pensare che può portare a una sorta di torpore cognitivo, talvolta riscontrabile in soggetti che hanno vissuto nell'infanzia eventi traumatici che eccedevano la loro possibilità di pensarli (vuoi per immaturità, vuoi per mancanza del necessario rispecchiamento adulto), soggetti che hanno imparato a utilizzare la negazione come meccanismo di difesa nei confronti di un dolore troppo intenso  e  che  –  nell'ottica  della  teoria  dell'attaccamento  -  hanno  sviluppato uno stile  di attaccamento evitante.  
(…) 
Ritengo che questi casi ci aiutino a comprendere quanto sia critica l'esperienza scolastica: nel contesto-scuola meccanismi di difesa primitivi usati in modo rigido e stili di attaccamento disfunzionali svelano tutta la loro debolezza, non proteggono abbastanza, lasciano emergere le difficoltà che cercavano di occultare. 
Di fronte a casi come questi quali finalità può porsi una psicoterapia, e in che misura essa sarà in grado di influire anche sulla riuscita scolastica (esito che assai spesso i genitori desiderano e si aspettano)? Aiutare l'adolescente a tenere insieme la propria storia, elaborare il trauma della separazione dai genitori biologici e di altre esperienze trascuranti e maltrattati esperite nella prima infanzia, entrare in contatto mentale e affettivo con il mondo delle origini, riconoscere e accettare le proprie parti fragili e il proprio dolore, riuscire a fidarsi si configura come un percorso in grado - anche - di aprire la mente alla curiosità, al pensiero e agli apprendimenti. Si tratta tuttavia di un percorso lento, che confligge con i tempi rapidi della scuola.  
Nei due casi in questione l'intervento è stato pluridimensionale e ha coinvolto anche i genitori e la scuola. Si sono aiutati i genitori a uscire dalla logica della colpa (del figlio che non si impegna, della scuola che non lo comprende e non lo aiuta, di loro stessi in quanto genitori incapaci), per costruire e accettare un'immagine realistica del figlio nelle sue potenzialità, nonché delle risorse che la scuola può realisticamente mettere in atto. Si sono concordati con i servizi socio-sanitari e con le istituzioni scolastiche percorsi di scolarizzazione più semplici e facilitati. 
(...) 
Se casi come quelli descritti si presentano più spesso nella prima adolescenza, più avanti è abbastanza comune trovarsi di fronte a situazioni in cui, al contrario, a confliggere con i compiti scolastici sembra essere il peso eccessivo delle emozioni e dei pensieri.  
Sappiamo infatti che col procedere dell'adolescenza l'accresciuta competenza emotiva e cognitiva unita alla necessità di definire la propria identità porta gli adolescenti adottati a confrontarsi con il proprio passato in modo più elaborato e consapevole - e  spesso più connotato da angoscia – rispetto a quanto accadeva nell'infanzia. Sappiamo anche che questo confronto  può far riemergere sentimenti  molto intensi  ed  emozioni  non elaborate, che vengono agite nelle relazioni familiari, amicali e amorose. Lo stato di agitazione interiore, che può essere costante in questa fase, si traduce spesso in comportamenti impulsivi e impazienti, e può virare in momenti di sovraccarico emotivo di fronte a episodi anche di scarsa entità, sovraccarico che necessita di essere scaricato attraverso passaggi all'atto (atti impulsivi, agiti aggressivi, ecc.).  
E' evidente quanto questa tendenza confligga con gli apprendimenti scolastici, che non offrono soluzioni immediate alle pressioni dell'ansia, ma anzi in qualche misura la intensificano, bloccando la scarica dell'emotività e procrastinando il momento dell'azione. Le teorie dell'attaccamento (Vadilonga 2010, Bombèr 2012) sottolineano d'altro canto come la possibile riattivazione - di  fronte allo stress dell'adolescenza - di  stili di attaccamento insicuri e disorganizzati propri degli inizi entri in contrasto con la possibilità  di progredire nell'apprendimento (emotivo, sociale, scolastico): la possibilità di apprendere cose nuove richiede infatti un mondo interno sufficientemente solido e coerente e credenze positive su se stessi e sugli altri (autostima, capacità di tollerare la frustrazione e di fidarsi). 
(…) 
Quale spazio mentale è possibile dedicare, in queste fasi di turbolenza in cui la mente è invasa da tali urgenze emozionali, ad apprendimenti liceali che richiedono concentrazione prolungata, studio metodico, capacità di autorganizzazione, acquisizione e rielaborazione di concetti astratti, progressiva integrazione di saperi molteplici e complessi? 
Nel contesto di una psicoterapia, un percorso che conduca a una visione d'insieme matura della propria storia nei suoi aspetti positivi e negativi, dolorosi e piacevoli è da accompagnare con l'esplorazione dei significati della disorganizzazione dei comportamenti e dell'umore e con rispecchiamenti che aiutino l'adolescente a mantenere/costruire un'idea di sé coerente e integrata in  quanto persona che vale,  possiede risorse e qualità anche nei momenti caratterizzati da insuccessi e da crisi emotive profonde. 
Anche in questo caso non è possibile prevedere una durata della psicoterapia e il suo impatto sulla scolarizzazione. In alcuni casi ci si trova di fronte a “finestre di crisi” di durata relativamente breve, che consentono una positiva ripresa del percorso scolastico in tempi ragionevoli (spesso con la ripetizione di un anno o un cambiamento di scuola). In altri non si riesce  ad  evitare l'abbandono scolastico e il successivo inserimento in percorsi formativi professionalizzanti in cui molto spazio sia destinato al “fare”: percorsi formativi che solitamente riescono ad attenuare notevolmente il livello d'ansia, far recuperare autostima e migliorare le relazioni familiari. 
Se fin qui abbiamo considerato le ragioni di ordine psicogeno e relazionale che possono rendere accidentato il percorso scolastico degli adolescenti adottati, dobbiamo tener presente che sovente queste crisi trovano terreno fertile in difficoltà di ordine cognitivo non sempre adeguatamente riconosciute e considerate. Non bisogna dimenticare, invece, che imparare per molti adolescenti adottati può essere veramente difficile.  
Un primo aspetto, spesso trascurato, riguarda la competenza linguistica dei minori adottati internazionalmente in età scolare.  L’esperienza indica come, generalmente, essi perdano in breve  tempo la prima lingua e apprendano molto velocemente il vocabolario di base dell'italiano e le espressioni quotidiane utilizzate nelle conversazioni comuni (le cosiddette “basic  interpersonal  communicative skills”). Il linguaggio più astratto necessario per l'apprendimento scolastico avanzato (le cosiddette“cognitive/academic linguistic abilities”, costituite da conoscenze grammaticali e sintattiche complesse e da un vocabolario ricco) viene invece appreso molto più lentamente e, nel caso di adozioni tardive, può non essere completamente posseduto all'avvio della scolarizzazione superiore, traducendosi in difficoltà di comprensione e di espressione che appesantiscono l’apprendimento. 
Le ricerche più recenti nell'ambito delle neuroscienze (Brodzinsky e Palacios, 2011; Siegel, 2013)  ci  dicono inoltre che lo stesso sviluppo neurologico può essere compromesso da situazioni traumatiche vissute nei primi anni di vita. Non solo i geni, infatti, ma anche eventi prenatali e la qualità delle relazioni precoci concorrono a modellare lo sviluppo cerebrale: l'esposizione prenatale all'alcol, così come esperienze di deprivazione e maltrattamento nella prima infanzia, possono metterne a rischio lo sviluppo, con un impatto particolarmente negativo su alcune strutture (ippocampo, regioni prefrontali, corpo calloso) fondamentali per l'autoregolazione, la capacità di attenzione e concentrazione, la memoria e l'apprendimento. Si tratta di carenze che possono essere difficilmente riconoscibili, sia perché occultate da altre abilità cognitive (di ordine intuitivo, creativo, operativo) sostanzialmente integre, sia perché spesso intrecciate alle problematiche di ordine comportamentale e relazionale.  
Sappiamo che il cervello rimane plastico per tutta la vita, ma ancora non sappiamo fino a che punto sia possibile il recupero, e con quali strategie (Lambert 2011; Siegel 2013; Simonetta 2012). Tale consapevolezza rende evidente la necessità di un lavoro con i genitori e con gli insegnanti,  per metterli in grado di riconoscere e dare significato alle problematiche comportamentali  e – quando ci sono – ai limiti cognitivi; per evitare di porre l'adolescente adottato di fronte a richieste impossibili che finiscono per esasperare il suo senso di colpa e la sua rabbia e sostenerlo, invece, nello sviluppo delle proprie potenzialità. 
Si tratta di aiutare i genitori ad accettare anche la parte del figlio “che  non  impara”, cessando di considerarlo proprio prolungamento narcisistico e riconoscendone la separatezza, nonché  a riflettere su quanto il suo insuccesso scolastico  faccia  inconsapevolmente riecheggiare il loro antico “insuccesso”, la sterilità all'origine della maggior parte delle adozioni, finendo per essere drammatizzato oltre misura. 
 
 
BIBLIOGRAFIA 
Artoni Schlesinger C., Gatti P., Adozione e apprendimento scolastico, in “Richard e Piggle”, vol. 17, n. 1, 2009 
Bombèr L. M., Feriti dentro, Angeli, Milano 2012  
Brodzinsky D.M., Palacios J. (a cura di), Lavorare nell'adozione, Angeli, Milano 2011 
Buranelli F., Gatti P., Quagliata E. (a cura di), Genitori adottivi, Astrolabio, Roma 2010 
Chistolini M., Raymondi M. (a cura di), Figli adottivi crescono, Angeli, Milano 2010 
Lambert M. J., L'enfant adopté en difficulté d'apprentissage, De Boeck , Bruxelles 2011 
Siegel D. J., La mente relazionale, Cortina, Milano 2013 
Simonetta E, Trauma e disturbi di apprendimento, Armando, Roma 2012 
Vadilonga F. (a cura di), Curare l'adozione, Cortina, Milano 2010 
 
 
Dr.ssa Livia Botta - Psicologa e Psicoterapeuta 
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