Livia Botta 
A SCUOLA, MA QUANDO? 
(pubblicato in “Adozione e dintorni”, dicembre 2012) 
 
 
Ora che sempre più spesso le adozioni riguardano bambini in età scolare (l'età media all'arrivo è in costante e lenta crescita: 6,1 anni nelle più recenti rilevazioni, con un 60% circa di bambini di età superiore ai 5 anni), il problema dell’inserimento a scuola è tra i primi a porsi. Nel contempo la scuola, in quanto prima organizzazione esterna alla famiglia con cui il bambino adottato entra in contatto, assume un ruolo sempre più importante e specifico per la sua accoglienza nel mondo sociale e per la buona riuscita stessa dell'adozione.  
Alcune questioni si pongono come cruciali ancor prima dell'arrivo del bambino. Dal punto di vista dei genitori: in quale scuola iscriverlo? In quale classe? Quanto tempo dopo l'arrivo? Dal punto di vista della scuola: come accoglierlo?  Come garantirgli un inserimento sereno?  Come sostenere il successivo andamento scolastico? 
Proveremo ad esaminare le diverse questioni una per una, cominciando da un interrogativo su cui non c'è unanime accordo: dopo quanto tempo dall'arrivo iniziare la frequenza scolastica? 
La maggior parte di coloro che si occupano di adozione concordano nel ritenere non opportuno un inserimento immediato e suggeriscono di attendere almeno 3-4 mesi, anche se l'arrivo coincide con l'inizio o avviene durante l'anno scolastico. Quest'attesa è finalizzata a evitare ai bambini un eccesso di stimoli e un tour de force cognitivo, e a dar loro il tempo necessario per “mettere radici” nella nuova famiglia, nonché per adattarsi ai tempi e ai ritmi della nuova vita e del nuovo ambiente. E' un'opinione su cui molti genitori concordano, soprattutto i genitori di bambini piccoli, per i quali le opportunità di socializzazione offerte dalla scuola dell'infanzia non assumono solitamente carattere di urgenza.  
Questo punto di vista privilegia l'attenzione al “fare  famiglia”, nella consapevolezza che passare molto tempo insieme nella fase iniziale dell'adozione, anche se può essere faticoso, aiuti a “creare legame”, a costruire quel linguaggio emozionale condiviso che connota ogni relazione intima. L'attaccamento che ha cominciato a nascere durante la permanenza dei genitori nel paese d'origine del bambino ha bisogno di consolidarsi nelle routines familiari: ai genitori serve tempo per imparare a conoscere il figlio, al bambino serve tempo per imparare a riconoscere nei nuovi genitori delle figure di attaccamento stabili, accoglienti, capaci di soddisfare i suoi bisogni di protezione, accudimento, affetto. Non si trascura, inoltre, il fatto che un bambino che proviene da un paese molto diverso dal nostro deve orientarsi, nei primi tempi, in un nuovo ambiente fatto di colori, odori, suoni e paesaggi finora sconosciuti: cambiamento che comporta una buona dose di stress, a cui  è opportuno non sommare  quello dell'immissione precoce nell'ambiente scolastico con le sue richieste di ordine comportamentale e cognitivo, oltre che con una lingua tutta nuova. 
Non tutti coloro che si occupano di adozione, tuttavia, condividono la tesi dell'inserimento tardivo. Alcuni enti consigliano ai genitori  un  inserimento scolastico quasi immediato se il bambino arriva in età scolare.  Le scuole stesse tendono sovente a dare per scontato un inserimento rapido, affinché il  bambino  possa  giovarsi  al  più presto  di  tutte  le  opportunità  di  socializzazione  e apprendimento offerte dall'ambiente scolastico.  
Questo secondo punto di vista privilegia l'ottica della “normalizzazione precoce” della nuova famiglia.  Ipotizza inoltre che per un bambino che ha trascorso molta della sua breve vita in una collettività la convivenza con due adulti quasi sconosciuti, che parlano un'altra lingua, in assenza di contatti  con coetanei,  possa rappresentare un carico emotivo troppo pesante, che può rendere più faticosa, anziché facilitare, la costruzione del legame di affiliazione. L'immersione precoce nel gruppo dei pari, realtà senz'altro a lui più familiare, potrebbe rendergli meno ansiogeno l'ingresso nel nuovo contesto familiare e sociale. In quest'ottica, il “fare famiglia” è inteso come un processo che può aver bisogno, per tutti i soggetti, di snodarsi  su tempi  lunghi e di  disporre di  momenti di “alleggerimento” del legame.  Né va passato sotto silenzio il fatto che molte mamme trovano estremamente faticosi i primi mesi a tu per  tu con il bambino,  al punto da attendere come una salvezza il momento dell'ingresso a scuola; e che i bambini stessi,  se sono già abbastanza grandi e hanno alle spalle  esperienze scolastiche positive nel paese d'origine, talvolta “scalpitano” per andare a scuola al più presto, per incontrare altri bambini... e forse come via di scampo dalla nuova famiglia!   
Senz'altro ogni bambino è una singola individualità, ogni situazione è diversa e non è corretto suggerire soluzioni valide per tutti i casi.  Vanno prese  in considerazione l'età del bambino (più  è piccolo, più è consigliabile una prolungata permanenza a casa), la precedente esperienza scolastica - se c'è stata - e il vissuto di tale esperienza, il momento dell'arrivo in Italia (la fine primavera - inizio estate  è  il  periodo  più  favorevole, perché si hanno davanti  i tempi  distesi delle vacanze),  la presenza di altre figure familiari che possano affiancare la madre nei primi mesi. 
Ritengo tuttavia che in generale sia preferibile “tener  duro” e tenere i bambini a casa per un periodo di tempo abbastanza lungo, in cui fare cose insieme e vita normale, instaurare  delle routines, nella consapevolezza che non è un male annoiarsi un po' pur di evitare un bombardamento di stimoli; e mandare poi  i figli a scuola  quando  saranno un po' meno disorientati, avranno già una conoscenza rudimentale della lingua, e - come si è espressa una mamma - “cominceranno ad avere un po' di famiglia dentro, come i loro compagni”. 
Si tratta, caso mai, di pensare a come gestire questa fase, evitando di lasciare le mamme da sole in un “tu  per  tu” prolungato e  faticoso con il bambino,  ma cercando di coinvolgere il  più possibile anche i padri, e di appoggiarsi ad altre figure  familiari (nonni,  zii) che possono cominciare a ritagliarsi  un proprio ruolo definito e riconoscibile nella relazione con i nuovi nipoti. Il fondamentale contatto con i coetanei è meglio avvenga in una dimensione di gioco piuttosto che di confronto cognitivo.  Ben vengano cugini e figli di amici, ben venga un ruolo attivo delle associazioni dei genitori, che potrebbero organizzare occasioni d'incontro e spazi di gioco per supportare in modo ludico e discreto questa fase così delicata. 
Anche la scuola dovrebbe tener presenti queste problematiche, evitando di dare per scontati o di suggerire  inserimenti  precoci  in  nome  delle  opportunità  offerte dalla socializzazione con i pari e dall'apprendimento scolastico: occasioni positive  di crescita che rappresentano però solo un aspetto, e non il più importante, del buon esito di un'adozione. Anche la scuola dovrebbe comprendere che eventuali accelerazioni potrebbero rivelarsi negative e che inserimenti scolastici realizzati in maniera apparentemente semplice e in tempi brevissimi  potrebbero nascondere adattamenti forzati e il rischio che il bambino si porti dietro una fragilità nell'intimità e nella sicurezza che potrebbero emergere problematicamente più tardi, riflettendosi anche sul successo scolastico.  
Compito della scuola dovrebbe essere quello di muoversi il più possibile in sintonia con i genitori: incontrarli preventivamente, cercare di conoscere il bambino attraverso di  loro, senza  fretta, per poi concordare insieme i tempi e le modalità di inserimento più opportune.   
Dal punto di vista normativo, non va dimenticato che con l'adozione un bambino diventa giuridicamente italiano e in quanto tale sottoposto da subito all'obbligo scolastico: se per molti dirigenti scolastici è sufficiente un accordo preventivo con la famiglia per giustificare un inserimento tardivo, in altri casi è possibile che la  scuola  richieda un'attestazione da parte dell'Equipe Adozioni Territoriale o un parere specialistico che motivi tale scelta. 
 
 
Dr.ssa Livia Botta - Psicologa e Psicoterapeuta 
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