Livia Botta  
LA SCELTA DELLA CLASSE 
(pubblicato in “Adozione e dintorni”, gennaio 2013) 
 
 
 
Per un bambino adottato internazionalmente, non è solo la decisione di quando iniziare la frequenza scolastica a dover essere ponderata con attenzione. Anche la scelta della classe merita una riflessione accurata, poiché avrà ripercussioni su tutto il successivo percorso scolastico. 
Poiché si tratta di una decisione non semplice, è bene preparare il terreno ancor prima dell’arrivo del  bambino tramite contatti preliminari con  la scuola individuata. Oltre a dover essere calibrata sulla situazione del bambino, infatti, la scelta della classe dovrà tener conto delle opportunità d’inserimento offerte dalla scuola,  nonché dei vincoli posti dall’attuale normativa scolastica. La collaborazione tra  genitori, dirigente scolastico e insegnanti è fondamentale: l’assegnazione alla classe compete infatti alla scuola, a cui è opportuno che i genitori forniscano tutte le informazioni in loro possesso, affinché questa delicata decisione sia ben ponderata e presa di comune accordo, a partire da una conoscenza il più possibile approfondita del bambino nei suoi punti di forza e nelle sue vulnerabilità. 
La normativa attuale (1) prevede la possibilità di inserire i bambini e i ragazzi provenienti da un paese straniero o nella classe corrispondente all’età o in quella precedente, con l’eccezione dell’iscrizione alla classe prima della scuola primaria, che deve tassativamente avvenire al compimento del sesto anno di  età (2). Nel caso di bambini adottati internazionalmente, la scelta più  comune è l’iscrizione alla classe precedente a quella che competerebbe per età, per non sottoporre il bambino appena arrivato a uno sforzo cognitivo eccessivo e per dargli più tempo per familiarizzare con la nuova lingua.  In qualche situazione particolare (ad esempio bambini già grandicelli con una scolarizzazione pregressa particolarmente carente) si può anche optare per uno slittamento all’indietro di due anni. 
Sono comunque più d’una le variabili da considerare al momento di decidere, sia sul versante “bambino” che sul versante “scuola”. E’ infatti sempre opportuno cercare la soluzione più adatta al singolo caso, evitando di scegliere sulla base di preconcetti che spesso precedono la conoscenza del bambino: a seconda dei casi il suo “diritto” di frequentare comunque la classe che gli compete per età, o al contrario il suo “bisogno”, stabilito a priori, di misurarsi con l’apprendimento con tempi rallentati.  
Analizziamo una per una le variabili da prendere in considerazione. 
L’età anagrafica è senz’altro la prima. Alcuni genitori preferiscono che il figlio venga inserito in una classe di pari età perché nutrono molto aspettative sulla sua scolarizzazione, o perché temono che potrebbe sentirsi a disagio in un gruppo di bambini più piccoli. Si preoccupano inoltre al pensiero che la differenza d’età possa diventare più visibile e problematica in adolescenza, soprattutto nel caso di ragazzi appartenenti a etnie che tendono ad avere uno sviluppo fisico e sessuale precoce rispetto ai coetanei italiani. Va ricordato, tuttavia, che il momento dello sviluppo puberale varia molto da soggetto a soggetto, e che è normale in una classe di scuola media veder convivere ragazzini di pari età con sviluppo fisico molto diverso. Spesso, inoltre, nei bambini adottati può esserci una sfasatura tra l’età anagrafica e quella mentale e affettiva, ed è meglio riferirsi a quest’ultima per progettare l’inserimento scolastico.  
Lo slittamento di un anno all’indietro, se ritenuto opportuno per dare al bambino delle basi solide, non dovrebbe preoccupare. Il bambino potrebbe invece trovarsi in difficoltà dovendosi misurare con l’apprendimento all’interno di un gruppo di coetanei più sicuri sul piano cognitivo. Non dobbiamo dimenticare che una delle aree più carenti per i bambini adottati è quella dell’autostima, che certo non viene rafforzata dal confronto quotidiano con compagni “più bravi” scolasticamente.  
Altra variabile da considerare è quella della scolarizzazione precedente. Anche qui bisogna evitare di dare tutto per scontato. Oggi le realtà di provenienza possono infatti essere molto diverse. Può esserci stato (e  spesso  è  così)  un avvicinamento alla scuola solo precario e carente; ma esistono ormai anche casi di bambini che hanno avuto una discreta scolarizzazione nel paese d’origine: bambini desiderosi di misurarsi con l’apprendimento, che arrivano con un’abitudine a rispondere a stimoli culturali che può essere trasferita senza eccessiva difficoltà nel nuovo contesto, rendendo lo scoglio della lingua non troppo arduo da superare. I genitori dovrebbero cercare di raccogliere più informazioni possibili sulla prima scolarizzazione dei loro bambini durante la permanenza nel paese d’origine  (magari anche recuperando libri e quaderni),  per poter poi trasmettere alla scuola  la maggior quantità di dati utili per decidere. 
La terza variabile, importantissima, riguarda il “clima” del gruppo classe in cui inserire il bambino. Si tratta di una realtà conosciuta solo dalla scuola, è quindi importante che i genitori si fidino e diano ascolto ai suggerimenti degli insegnanti e dei dirigenti scolastici. Un gruppo classe tranquillo e accogliente, o con insegnanti particolarmente empatici e attenti all’individualizzazione, può facilitare l’inserimento. Al contrario, una classe  troppo affollata o difficile,  o con  insegnanti  poco flessibili, potrebbe non garantire quell’accoglienza e quell’attenzione individuale di cui un bambino adottato ha bisogno, anche se potrebbe essere la classe più adatta dal punto di vista strettamente didattico. 
Un discorso a parte merita l’iscrizione alla prima classe della primaria, da fare obbligatoriamente al compimento dei sei anni, anche se il bambino è appena arrivato e la permanenza di un anno nella scuola dell’infanzia sarebbe auspicabile. In quest’ultimo caso, tuttavia, è possibile concordare con la scuola (se si tratta di un istituto comprensivo) un progetto ponte di continuità educativa, in base al quale il bambino è regolarmente iscritto alla prima classe della primaria ma inizia la frequenza presso la scuola dell’infanzia, per poi transitare alla scuola primaria nel corso dell’anno, nel momento ritenuto più opportuno. Alla fine dell’anno scolastico sarà il team docente a valutare se passare il bambino alla seconda classe o lasciarlo ancora in prima. 
Per completezza ricordo che la normativa scolastica prevede anche la possibilità di ricorrere, per tutti gli anni della scuola dell’obbligo, all’educzione parentale. Si tratta della possibilità, da parte dei genitori, di impartire direttamente l’istruzione ai propri figli o di avvalersi di figure professionali da loro scelte, eventualmente in condivisione con altri genitori e facendo sostenere presso una scuola solo gli esami di passaggio da una classe alla successiva (3).  Cito questa possibilità  poiché  si tratta di un'alternativa poco conosciuta dalle famiglie, anche se non la consiglierei,  perché priverebbe i bambini di quella tappa cruciale dell’appartenenza alla nuova società che la frequenza scolastica rappresenta, nei suoi aspetti di comunità dei pari e di luogo di acquisizione delle nuove norme e consuetudini del vivere insieme.  
 
NOTE 
(1) Non esiste una normativa specifica che riguardi i bambini adottati internazionalmente. Si fa pertanto riferimento, per analogia,  alla  C.M.  24/2006 “Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri”,  che  recita: “...rimane fondamentale il criterio generale di inserire l’alunno secondo l’età anagrafica. Slittamenti di un anno su una classe inferiore vanno ponderati con molta attenzione in relazione ai benefici che potrebbero apportare e sentita la famiglia. Scelte diverse andranno valutate caso per caso dalle istituzioni scolastiche”. 
 
(2)  D.P.R. 89/2009 “Revisione dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico della scuola dell’infanzia e del 1° ciclo” in base al quale “la scuola dell’infanzi accoglie bambini di età compresa tra i 3 e i 5 anni compiuti entro il 31 dicembre dell’anno scolastico di riferimento”, mentre “sono iscritti alla scuola primaria le bambine e i bambini che compiono 6 anni di età entro il 31 dicembre dell’anno scolastico di riferimento”. 
 
(3)  D.L. 297/1994 “Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione” e Nota MIUR prot. 781 del 4 febbraio 2011. 
 
 
 
Dr.ssa Livia Botta - Psicologa e Psicoterapeuta 
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