BAMBINI E RAGAZZI ADOTTATI IN CLASSE: QUALE FORMAZIONE PER GLI INSEGNANTI? 
RIFLESSIONI E PROPOSTE A PARTIRE DAL PROGETTO "ADOZIONE E SCUOLA" 
 
di Livia Botta 
Psicologa e Psicoterapeuta, Ricercatrice presso ANSAS - nucleo Liguria 
 
 
Relazione al Seminario nazionale "L'inserimento scolastico nel post-adozione", promosso da Commissione Adozioni Internazionali e Istituto degli Innocenti 
Firenze 12-13 novembre 2009 
 
 
 
Queste mie riflessioni sulla formazione degli insegnanti e sulle azioni di supporto alle scuole che accolgono bambini e ragazzi adottati nelle loro classi affondano le loro radici in un’esperienza di ricerca e formazione nata all’interno del mondo scolastico: il progetto“Adozione e scuola” del nucleo ligure dell'ANSAS (Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica), che dal 2008 accomuna un gruppo di docenti, genitori adottivi, operatori nel campo dell’adozione in un percorso condiviso di riflessione e progettazione.  
Il  mio contributo, oltre a illustrare le caratteristiche del progetto, approfondirà quattro aspetti che hanno assunto rilevanza al suo interno:  
  • la necessità di diffondere una cultura dell’adozione nei contesti scolastici;  
  • l'importanza e le peculiarità del confronto tra insegnanti e genitori adottivi;  
  • le azioni efficaci per la formazione e il supporto al lavoro degli insegnanti;  
  • la “cornice  contenitore” degli interventi dei docenti: l’istituzione scolastica, i libri  di testo, il lavoro di rete.  
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    Il Progetto “Adozione e scuola”  
    Frutto della collaborazione tra il nucleo ligure dell’ANSAS (Agenzia del Ministero dell’Istruzione) e la Scuola media sperimentale “Don Milani” di Genova, “Adozione e scuola” è un progetto di ricerca e formazione che ha lo scopo di aiutare gli insegnanti a comprendere le esigenze dei bambini adottati e ad acquisire le competenze atte a favorirne l’integrazione. I suoi punti di forza sono il suo nascere dentro la scuola (a differenza di altre iniziative di formazione, spesso proposte da enti, associazioni di genitori, servizi  socio-sanitari), i tempi distesi (il progetto ha una durata pluriennale) e soprattutto la sinergia tra diversi soggetti che ne ispira la filosofia di fondo. Partecipano infatti al gruppo di progettazione insegnanti (dalla scuola dell’infanzia alle superiori), genitori adottivi, alcune psicoterapeute e altri operatori attivi nei servizi che si occupano di adozione.  
    Il progetto si propone di intervenire su diversi ambiti interconnessi.  
  • Ambito culturale: contribuire a diffondere nella scuola una cultura dell'adozione, da considerare come uno dei modi possibili di “fare  famiglia” oggi, all’interno di una pluralità di modelli; aiutare gli insegnanti a trovare le parole per trattare in classe con semplicità la realtà dell'adozione; analizzare i libri di testo più usati, per individuare quelli più sensibili alle tematiche adottive e aggiornati nel  presentare la realtà multiforme delle famiglie di oggi.  
  • Ambito formativo: promuovere iniziative di autoformazione per trasformare il gruppo di progetto in un “soggetto collettivo” competente, in grado di costituire un riferimento per scuole o singoli insegnanti alle prese con l’accoglienza scolastica dei bambini adottati e delle loro famiglie; aiutare gli insegnanti a riconoscere e dare significato a eventuali segnali di disagio o difficoltà comportamentali o cognitive che un bambino adottato può incontrare; proporre strategie per fronteggiare problemi relazionali e comportamentali o difficoltà di apprendimento; offrire suggerimenti per affrontare l'approccio alla storia personale con modalità che rispettino la storia del bambino e la sensibilità dei genitori.  
  • Ambito  istituzionale: promuovere l'elaborazione di Linee guida e Vademecum che forniscano indicazioni e suggerimenti per l’inserimento dei bambini adottati a scuola; sollecitare la costituzione di reti fra soggetti ed enti che accompagnino con progetti concordati l'integrazione dei bambini e dei ragazzi adottati nel contesto scolastico.  
  • Nel primo anno di realizzazione (2008-09) il progetto si è concretizzato nell'organizzazione di un ciclo d’incontri a tema rivolti agli insegnanti delle scuole liguri e aperto alla partecipazione dei genitori.“Le caratteristiche psicologiche dei bambini adottati e l’esperienza dell’abbandono”,“Le difficoltà scolastiche che i bambini e i ragazzi adottati  possono incontrare”,“L’identità mista di bambini e adolescenti  adottati” sono stati i temi su cui si è lavorato. Si è inoltre avviata una ricerca sulle antologie di scuola media, per individuare quelle più sensibili alla  realtà dell’adozione e alla pluralità di modelli  familiari presenti nella società attuale.   
    Nel secondo anno (2009-10) sono stati promossi primi contatti interistituzionali finalizzati alla progettazione di azioni condivise, nell'ottica di un lavoro di rete. Si sta lavorando all'elaborazione di un Vademecum che verrà messo a disposizione degli insegnanti della Liguria all'inizio dell'anno scolastico 2010-11, mentre prosegue l'analisi dei libri di testo di scuola primaria e secondaria. E’ stato realizzato un blog  (http://adozionescuola.blogspot.com) per documentare le attività del gruppo e renderle fruibili anche a chi, interessato alla problematica, non può o non intende partecipare in modo attivo e continuativo all’esperienza.  
    Ma oltre ai contenuti affrontati e ai prodotti realizzati, l’aspetto più interessante del progetto, il suo punto di forza e di originalità è stata la dialettica sviluppatasi tra insegnanti,  genitori adottivi e operatori: il confronto delle reciproche attese e punti di vista, il racconto dei rispettivi vissuti hanno aperto squarci di conoscenza e di comprensione,  consentendo di dare il via a una collaborazione reale e fattiva, nel rispetto delle rispettive competenze e responsabilità.  
     
    Per una cultura dell’adozione nella scuola: ciò che un insegnante dovrebbe sapere  
    All’origine del progetto stava la constatazione che una cultura dell’adozione è ancora poco diffusa tra gli insegnanti. Il rapporto tra scuola e adozione è ancora difficile, spesso all’insegna dell’ignoranza: accade che docenti assimilino il bambino adottato al bambino immigrato, proponendo interventi d’integrazione poco calibrati sui suoi bisogni; o che  lo dimentichino nella sua specificità, evitando di progettare interventi di supporto e magari chiedendogli di portare testimonianze della sua infanzia precoce; ma anche che, pur riconoscendolo nella sua “normalità differente”, in mancanza delle competenze per accoglierlo nel modo più giusto finiscano per assumere nei suoi confronti atteggiamenti iperprotettivi ed eccessivamente condiscendenti, che possono trasmettere un messaggio di diversità e svalutazione negativo per il bambino.   
    E' una realtà che non deve scandalizzare. Gli alunni adottati, anche se in crescita, sono solo una piccola percentuale della popolazione scolastica.  E’ pertanto comprensibile che quando una scuola progetta corsi di formazione o quando un insegnante sceglie tra diverse iniziative da seguire prevalgano altre urgenze, altre priorità. E'  però una situazione che evidenzia l’urgenza di trasmettere agli insegnanti un sapere che li aiuti ad adattare l'intervento didattico-educativo ai bisogni dei bambini adottati, magari tramite proposte di formazione  più  agili  e facilmente fruibili rispetto al classico corso o seminario.  
    Ma perché parlare di “cultura dell'adozione” piuttosto che di suggerimenti operativi, prassi di comportamento, materiali didattici ad hoc? Anche questo tipo di formazione è necessaria, ma più significativo è che un insegnante giunga a “contenere” nella propria mente il bambino adottato nella sua complessità, perché solo da questo punto di partenza potrà, servendosi degli strumenti della propria professionalità, calibrare i propri interventi didattici, valutare di volta in volta cosa dire e cosa non dire, cosa fare e cosa non fare.  
    Ma cos'è che un insegnante dovrebbe sapere sulla realtà dell’adozione? Elenco alcuni contenuti in estrema sintesi, con l’avvertenza che ciascuno di essi richiederebbe un approfondimento specifico.  
  • L'arrivo di un bambino nella famiglia adottiva non rappresenta la conclusione, bensì l'inizio di un percorso. La scuola riveste un ruolo importante nell’accompagnare e sostenere questo tratto della sua storia. Può svolgere ad esempio una funzione insostituibile di cerniera tra il prima e il dopo: riconoscere e valorizzare le esperienze pregresse del bambino in ambito scolastico, nel suo saper fare, nelle sue autonomie può sostenere la sua autostima e attenuare il drastico cambiamento dei suoi punti di riferimento.  
  • L'abbandono, l'ignoranza sulle proprie origini, l'istituzionalizzazione provocano traumi che permangono nel mondo interno del bambino anche dopo l’adozione.  Una storia precoce difficile espone i bambini adottati a una condizione di fragilità che può lasciare tracce e manifestarsi in momenti della vita anche di molto successivi all'adozione, con segnali di disagio che può essere difficile interpretare.  
  • Il vissuto emotivo di un bambino adottato rispetto al paese e alla lingua d'origine è diverso da quello di un bambino immigrato, pertanto il rapporto con la cultura di provenienza non va affrontato a scuola con le stesse modalità. Il passaggio da una cultura a un'altra rappresenta per un bambino adottato una cesura più dolorosa tra un prima e un dopo.  E'  pertanto  preferibile non interferire con il suo bisogno di sentirsi/divenire italiano nelle fasi in cui  questo si  manifesta, evitando forzature  e rispettando i suoi tempi nel voler mantenere/riprendere contatto con la cultura d'origine. Va invece riconosciuta, rispettata e non censurata quella che potremmo definire la sua “cultura incarnata” che, al di là della consapevolezza, può permanere nel modo di atteggiare il corpo, in certi comportamenti,  nello stile di relazione con i coetanei e gli adulti.   
  • L’attraversamento dell’adolescenza, momento critico per tutti, può essere un percorso ancor più accidentato per un ragazzo adottato, perché nel suo caso il processo di costruzione dell'identità si intreccia fortemente con la questione delle origini. Pensieri dolorosi relativi all’abbandono possono riemergere anche se il ragazzo vive ormai da molti anni nella nuova famiglia. Queste difficoltà possono avere ripercussioni sul rendimento e sul comportamento scolastico negli anni della scuola media e dell'inizio della scuola superiore.   
  • I comportamenti di sfida, l’iperattività, la messa alla prova degli adulti sono abbastanza comuni nei bambini adottati, è pertanto possibile che si manifestino con una certa frequenza anche a scuola. Essi esprimono la ricerca di un limite, di un contenitore solido di emozioni positive e negative che non è stato introiettato a sufficienza nella prima infanzia. Negli istituti che li hanno ospitati, inoltre, è possibile che questi bambini si siano rapportati a regole finalizzate più all’organizzazione degli istituti stessi che alla loro educazione affettiva. Né va dimenticato che, all’interno di tali realtà, spesso nel rapporto tra pari vige la legge del più forte. Instaurare con il bambino un rapporto di fiducia e di affetto che consenta di aiutarlo, con decisione e pazienza, a far proprie le regole di comportamento scolastico e di relazione con coetanei e adulti, è pertanto un compito cruciale per gli insegnanti che lo accolgono in classe.  
  • Da un punto di vista cognitivo, la scarsità di stimolazioni nella prima infanzia può lasciare ritardi nello sviluppo senso-motorio  (difficoltà linguistiche, di simbolizzazione, di  motricità fine). Sono abbastanza comuni anche carenze nella capacità di concentrazione e ritenzione, probabilmente perché il bambino sta impegnando molte energie emotive per rielaborare l’esperienza traumatica originaria. Nella maggior parte dei casi si tratta di difficoltà superabili se, pur nel rispetto dei tempi e dei ritmi del bambino, si mettono in atto interventi mirati.  
  • Per acquisire i significati profondi e le regole strutturali di una nuova lingua serve molto tempo. Il veloce apprendimento dell’italiano di uso quotidiano riscontrabile nei bambini adottati non implica la contemporanea acquisizione delle strutture linguistiche e delle conoscenze lessicali indispensabili per lo studio. Anche a distanza di anni possono emergere difficoltà nell’acquisizione delle strutture logico-grammaticali, nella capacità di interpretare testi scritti, nell’abilità espositiva, mano a mano che la scuola pone il ragazzo di fronte a compiti di apprendimento più complessi. Anche in questo caso possono essere opportuni interventi mirati di supporto.  
  • Ma non bisogna dimenticare che, a fronte delle molte difficoltà, un bambino adottato può essere ricco di risorse che i suoi coetanei cresciuti nella stabilità familiare e nei valori della nostra società possiedono in misura limitata: un’autonomia più sviluppata, la capacità di costruire oggetti, di apprendere per imitazione, di risolvere problemi concreti anche complessi. E' importante sottolineare quest'ultimo aspetto, per evitare che conoscere più a fondo la realtà dell’adozione si traduca in una eccessiva problematizzazione della relazione con gli alunni adottati. L’obiettivo è riuscire a considerare l’esperienza adottiva come una specificità di cui tener conto e i bambini adottati  come soggetti che, pur con un passato difficile, posseggono capacità di adattamento e di recupero, nonché risorse e autonomie che vanno riconosciute e sostenute.  
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    Insegnanti e genitori adottivi: l'importanza di confrontarsi e lavorare insieme  
    Se in generale la relazione tra insegnanti e genitori non è sempre facile, quella tra insegnanti e  genitori  adottivi  è  ancora  più  spesso  irta  di  difficoltà  e  incomprensioni.  Nel  confronto tra insegnanti e genitori che si è sviluppato negli incontri promossi dal progetto “Adozione e scuola” si sono analizzati, nel rispetto delle reciproche posizioni, gli aspetti potenzialmente conflittuali. E’ apparso evidente come il contatto tra la scarsa conoscenza, da parte degli insegnanti, delle problematiche legate all’adozione e la vulnerabilità dei genitori adottivi possa talvolta provocare cortocircuiti e incomprensioni difficilmente sanabili.  
    Sappiamo infatti quanto spesso i genitori adottivi sottolineino la difficoltà di rapporto con la scuola: la scarsa attenzione degli insegnanti ai bisogni specifici del bambino; la superficialità e mancanza di sensibilità talvolta mostrata dagli insegnanti nei confronti della sua storia pregressa. Ma anche da parte della scuola rimbalzano una serie di criticità: non pochi docenti trovano i genitori adottivi iperprotettivi ed eccessivamente ansiosi; reputano eccessive le loro pretese rispetto al rendimento scolastico dei figli; li  accusano di non comprendere la realtà della scuola e di non capire che il loro figlio è uno tra tanti nella classe.  
    Dal confronto tra le diverse posizioni, aiutato dalla preziosa funzione di cerniera di insegnanti che sono anche genitori adottivi e dalla posizione ancora parzialmente “distanziata” di alcuni genitori in attesa di adozione, sono state individuate alcune aree di attenzione, a cui richiamare entrambi i soggetti.  
    Per gli insegnanti è stato fondamentale prendere in considerazione la vulnerabilità dei genitori adottivi, tenere in mente che anch’essi, così come i figli, al momento dell’ingresso scuola del bambino sono alle prese con l’elaborazione di un lutto: quello delle proprie capacità generative. L’ingresso a scuola del figlio rappresenta il suo debutto sociale e può essere vissuto dai genitori come il banco di prova sia della “normalità” del bambino che della propria capacità genitoriale. Per tale ragione i genitori adottivi – la madre soprattutto - possono provare sentimenti di diversità e inadeguatezza nel confronto con gli altri genitori, gli altri bambini, gli insegnanti; così come possono diventare ansiosi e iperprotettivi, nutrire aspettative eccessive, sovrainvestire l'ambito scolastico.  
    Gli insegnanti devono dunque rendersi conto che sono necessarie molte cautele nel rapporto con i genitori adottivi, soprattutto nella fase iniziale, per evitare l’instaurarsi di una situazione di incomprensione e scarsa fiducia reciproca che potrebbe trascinarsi per anni, minando il rapporto di  fiducia scuola-famiglia indispensabile per una buona riuscita del percorso scolastico del bambino. Si tratta in fondo delle stesse attenzioni che vanno messe in atto nei confronti di tutti i genitori, con alcune sottolineature:  
  • Rilevare mancanze, difficoltà, criticità del bambino può essere vissuto più drammaticamente dai genitori adottivi che dagli altri genitori, come critica della capacità genitoriale o angoscia relativa alla “normalità” del bambino. Eventuali difficoltà (di  ordine cognitivo o comportamentale) vanno pertanto comunicate con particolare cautela, evitando i  rimbalzi  di  responsabilità e sottolineando che lo scopo della comunicazione è individuare insieme strategie per superare il problema.   
  • Il lavoro sulla storia personale (la modalità classica di approccio allo studio della storia che si adotta nella scuola elementare) è opera delicatissima, perché oltre a penetrare nella storia pregressa del bambino in un momento che potrebbe essere per lui inopportuno può urtare la sensibilità dei genitori, mettendoli a confronto con una “mancanza”  che è anche la loro. E’ dunque opportuno contattare preventivamente  i genitori quando si stanno per svolgere queste attività in classe, e concordare con loro le modalità più opportune e meno intrusive per affrontare queste tematiche.  
  • Anche da parte dei genitori è emersa la necessità di riflettere sul rapporto con la scuola e gli insegnanti, analizzando le proprie aree critiche e cercando di decentrare  il  proprio  punto  di vista:  
  • Ricordare che l’insegnante lavora con una classe, e che pertanto non è realistico aspettarsi quell’attenzione esclusiva che un docente non può dare a un singolo bambino.  
  • Acquisire la consapevolezza che le aspettative per il successo scolastico dei figli potrebbero non realizzarsi, per la loro impossibilità di destinare all’apprendimento scolastico le risorse emotive e cognitive necessarie.   
  • Non sovrainvestire l’ambito scolastico, evitare di sottoporre i bambini a tour de force per colmare le lacune; consentire che coltivino interessi extrascolastici in cui riescono bene, per migliorare la loro autostima; non fermarsi sulla prestazione del momento ma guardare lontano.  
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    Azioni efficaci per la formazione e il supporto al lavoro degli insegnanti  
    Se è innegabile che gli insegnanti necessitino di  strumenti  conoscitivi  e  operativi  per  aiutare con  competenza  e  sensibilità  la  crescita  dei  loro  alunni  adottati,  è  necessario interrogarsi su quali possano essere le modalità più idonee per raggiungerli.  Una strategia ragionevole sembra quella di offrire una pluralità di opportunità, flessibili e calibrate su bisogni diversificati dei docenti: da percorsi di conoscenza e riflessione approfondita per gli  insegnanti più interessati alla problematica, a forme di supporto “a  domanda”  per  chi si ritrovi un bambino adottato in classe senza essersi  mai  occupato in precedenz  della problematica adottiva.  
    Possiamo individuare tre aree d’intervento.  
  • Un primo ambito è ovviamente quello formativo-informativo: promuovere ricorsivamente  incontri  di  formazione  per insegnanti  che coniughino le dimensioni informativa e  riflessiva; mettere a disposizione  delle  scuole  vademecum  e  opuscoli informativi  sull’adozione;  fornire agli  insegnanti indicazioni  di lettura, suggerimenti  di strategie e  materiali  da utilizzare  con  gli  alunni; indicare  testi  di  narrativa  da  inserire nelle biblioteche di classe.  
  • Un secondo ambito potrebbe essere quello della formazione di referenti interni alle scuole: docenti con adeguata formazione, incaricati di curare la prima accoglienza dei bambini adottati e dei loro genitori, di mantenere il contatto con l'équipe che segue la famiglia  nel  post-adozione,  di fornire indicazioni e materiali ai colleghi che hanno in classe bambini adottati e di informarli tempestivamente sull’offerta di iniziative di formazione.  
  • Un terzo ambito potrebbe essere la costituzione, a livello territoriale, di un gruppo di riferimento con competenze specifiche in grado di fornire alle scuole, a domanda, consulenza, sopporto, momenti di formazione leggera e calibrata sulla situazione e i bisogni; referenti che, a partire da competenze specifiche di ciascuno, sappiano aiutare  gli insegnanti a riconoscere e dare significato a segnali di disagio o difficoltà comportamentali o cognitive; indicare strategie per fronteggiare problemi relazionali o difficoltà di apprendimento; offrire suggerimenti per parlare delle diverse realtà familiari presenti nella nostra società e per affrontare l’approccio alla storia personale  con modalità che rispettino la storia e la condizione di vita attuale del bambino adottato. 
  • Dovrebbe trattarsi di un sistema di supporto strutturale e diffuso, direttamente promosso dall’istituzione scolastica, pur nell’indispensabile collegamento con gli altri soggetti che si occupano di adozione. I destinatari delle iniziative non dovrebbero essere solo gli insegnanti della scuola dell’infanzia e primaria, come succede attualmente, ma anche quelli che accolgono nelle loro classi ragazzi più grandi: non solo perché l’età dei bambini al momento dell’adozione è in crescita e sono sempre più numerosi i ragazzi adottati che iniziano il loro percorso scolastico nella scuola media, ma anche perché ragazzi che sono stati adottati quando erano molto piccoli possono sviluppare in adolescenza problematiche particolari che è opportuno saper riconoscere.  
     
    La “cornice contenitore”: linee guida, libri di testo, lavoro di rete  
    Anche se il singolo insegnante può fare molto, affinché la sua azione sia realmente efficace è necessario che possa muoversi all’interno di un clima di scuola favorevole  all’accoglienza e alla valorizzazione delle diversità, e che si senta inserito in una coerente cornice di riferimento, in cui diversi soggetti, istituzionali e non, operino in sinergia.  
  • Sarebbe necessario, in primo luogo, che le scuole potessero disporre di linee guida emanate dall’istituzione scolastica, a livello centrale o locale, che indichino prassi di comportamento per l’accoglienza, l’integrazione, il progetto formativo, il successo scolastico dei bambini adottati. Attualmente l’unico riferimento normativo interno al sistema scolastico  è – ma solo per analogia - la circolare ministeriale 24/2006 “Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri”, a cui si fa riferimento per quanto riguarda la possibilità di inserire i bambini adottati in una classe inferiore di un anno rispetto all’età e per la realizzazione d’interventi di sostegno linguistico. Non esiste ancora alcuna norma che si riferisca in modo esplicito agli alunni adottati.  
  • Altro aspetto fondamentale  è il  lavorodi  rete: gli  insegnanti  dovrebbero aver chiaro chi sono i loro interlocutori, come integrarsi con l’équipe che segue il nucleo familiare nel post-adozione, a chi rivolgersi per ottenere unsupporto o per attivare un confronto. I soggetti che si occupano di adozione (l’ente locale, i servizi sociali e sanitari, gli enti autorizzati, le associazioni dei genitori)  dovrebbero comunicare alle scuole  con chiarezza i propri ambiti di competenza e le effettive disponibilità a una collaborazione.  
  • Un ultimo aspetto riguarda i  libri di testo, che rappresentano uno dei pilastri della programmazione degli insegnanti. Sarebbe necessario sensibilizzare le case editrici e sollecitarle ad aggiornare la visione di famiglia veicolata dai testi, spesso ancorati a un modello tradizionale che non contempla ancora le diverse realtà familiari di oggi, e quella dell’adozione tra esse.   
  • Alcuni insegnanti del gruppo “Adozione e scuola” si stanno occupando di questa tematica. A una ricerca sulle antologie di scuola media, volta a individuare quelle più sensibili  alla problematica dell’adozione e attente a mostrare la multiforme realtà della famiglia odierna, si è finito per dare il titolo “La pagina mancante”, a indicare che la famiglia dei libri di testo, nella stragrande maggioranza dei casi, ripropone ancora un unico modello  quello della famiglia tradizionale. Osservazioni analoghe si possono  fare per i testi di scuola elementare, ad esempio per quanto riguarda l’approccio al concetto di documento storico attraverso la storia e i documenti personali  del  bambino.  Se l’approccio è corretto da un punto di vista cognitivo, è innegabile che esso andrebbe modulato sulle diverse realtà degli alunni e che questa modulazione dovrebbe  essere  presente già nei testi usati in classe, piuttosto che lasciata  all’iniziativa  dei singoli insegnanti. Così come sarebbe opportuno che le illustrazioni e i disegni di famiglie che corredano i libri di testo non mostrassero sempre e solo bambini con carnagione rosata e del tutto simili nei tratti somatici ai loro genitori.  
     
    La difficile arte della leggerezza  
    Agire su questo terreno, far entrare l’adozione nei libri di testo, in una dimensione di normalità diffusa, non significa sminuire le interessanti proposte e unità didattiche elaborate ad hoc per affrontare la  problematica adottiva:  materiali  che esistono e che gli insegnanti  più attenti conoscono e utilizzano.   
    Approfondire le tematiche adottive in classe utilizzando appositi materiali didattici può essere una delle strade da percorrere. Un’altra è quella di far uscire dall’eccezionalità una condizione di vita che non è più eccezionale, trovando occasioni per parlare in classe in modo naturale e spontaneo dei legami familiari complessi e articolati di oggi, senza restare  ancorati a una visione di famiglia edulcorata e parziale, in cui tutti i bambini vivono con i genitori biologici in un mondo senza divorzi, adozioni o situazioni personali complesse. E’ un lavoro che porterà beneficio non solo ai bambini adottati, ma a tutti gli alunni con famiglie non tradizionali.   
    E’ difficile trovare il giusto punto di equilibrio tra considerare l’adozione un argomento tabù o viceversa  portarla  al  centro  della  scena,  tra  il  rimuoverla  o  l’enfatizzarla.  Una situazione da evitare è porre il bambino adottato sotto i riflettori, anche se animati dalla buona intenzione di riconoscere la sua storia personale e valorizzare il suo passato. Si tratta piuttosto di acquisire quell’assetto mentale che consenta di tenerlo presente nella sua “normalità differente”, di favorire le occasioni di narrazione spontanea, di saperlo ascoltare quando si sentirà abbastanza sicuro e fiducioso da voler portare in classe la propria storia.  
     
    Bibliografia  
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    Farri M., Pironti A., Fabrocini C. (a cura di), 2006, Accogliere il bambino adottivo: indicazioni per insegnanti e genitori, Trento, Erickson   
    Giorgi S., 2006, Figli  di  un  tappeto  volante.  Strumenti  e  percorsi  per  affrontare  in  classe  l'adozione  e situazioni familiari non tradizionali, Roma, Edizioni Magi  
    Guerrieri A., Odorisio M.L,. 2007, A scuola di adozione. Piccole strategie di accoglienza, Pisa, Edizioni ETS  
    Miliotti A., 2005, E Nikolaj va a scuola. Adozione e successo scolastico,Milano, Franco Angeli.  
     
     
     
    Dr.ssa Livia Botta - Psicologa e Psicoterapeuta 
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