Livia Botta 
SCUOLA: I "COMPITI" DEI GENITORI (parte seconda) 
(pubblicato in “Adozione e dintorni”, ottobre 2013) 
 
 
 
 
Abbiamo visto nell'articolo precedente come una buona comunicazione scuola-famiglia sia fondamentale per accompagnare il percorso scolastico dei bambini e dei  ragazzi adottati. Vediamo ora quali strategie si possono mettere in atto a casa per aiutarli ad imparare con maggiore facilità.  
 
Sappiamo che tutti noi impariamo, in modo sovente inconsapevole, per l'intero arco della nostra  vita.  Ma  sappiamo anche che, se vogliamo che un apprendimento sia durevole e trattenuto nella memoria a lungo termine, dobbiamo impegnarci in uno sforzo attivo, oltre a lasciare libera la nostra curiosità di esplorare, in modo concreto o astratto, la realtà intorno a noi. 
Tutto questo è possibile se chi apprende ha fiducia in sé e si sente sicuro del contesto che lo circonda. Un bambino che sente ancora minacciati i propri bisogni primari non può, invece, sviluppare il proprio desiderio d'imparare, perché l'apprendimento comporterà per lui un rischio troppo alto a fronte di una soddisfazione minima. Tenderà dunque a rimanere passivo e a non manifestare la curiosità per ciò che non si conosce tipica dei bambini sicuri. 
Tra gli ostacoli che possono impedire a un bambino adottato di  imparare con  agio, i più importanti sono probabilmente l'ansia e la difficoltà a gestire le situazioni di stress, oltre al sentimento di vergogna. La fragilità di un bambino adottato tende infatti a crescere quando egli si trova in situazioni suscettibili di aumentare il suo livello d'ansia (e ne sono un buon esempio tutte le situazioni che implicano una valutazione!). Anche il sentimento di vergogna e la scarsa stima di sé (legati al primo abbandono) rappresentano un ostacolo potente che può portare bambini e ragazzi adottati a sabotare la propria riuscita scolastica. 
Da ciò si comprende come un nuovo contesto familiare all'interno del quale la stabilità sia assicurata e la comunicazione  incoraggiata permetterà, a poco a poco, di attenuare le ripercussioni di quella passività che è spesso il principale ostacolo all'imparare.  I nuovi, rassicuranti  legami rafforzeranno la fiducia del bambino e lo aiuteranno, nel tempo, a prendere coscienza del proprio valore personale e a sviluppare un'immagine realistica di sé, con grande vantaggio per l'apprendimento. E' comunque importante non nutrire in partenza aspettative troppo elevate: esse potrebbero non realizzarsi per la difficoltà che molti bambini adottati incontrano, a causa dei traumi pregressi, di destinare all'apprendimento le risorse emotive e cognitive necessarie. 
 
Un bambino adottato ha spesso bisogno di essere aiutato a dirigere l'attenzione e a immagazzinare nella mente le nuove conoscenze. La sua capacità di attenzione, infatti, può non essersi sviluppata adeguatamente per lo stress causato dalle carenze affettive delle prime  relazioni.  Può risultargli inoltre particolarmente difficile mettere da parte temporaneamente i propri bisogni affettivi per lasciarsi andare al disequilibrio cognitivo che accompagna inevitabilmente l'apprendimento. Ne consegue che le nuove informazioni sono spesso acquisite come dati frammentati, che non essendo collegati tra loro in una rete di conoscenze si volatilizzano presto. 
E' possibile aiutare il bambino a dirigere e mantenere l'attenzione offrendogli un ambiente di apprendimento tranquillo, costante e sicuro, in cui le possibilità di distrazione siano ridotte e i  contenuti  su cui di volta in volta si  lavora siano limitati e resi – per quanto possibile - interessanti e/o divertenti per lui.  
Lo si aiuta adattandosi al suo livello di comprensione. La capacità di riconoscere il livello in cui le sue conoscenze sono chiare e strutturate e di partire da lì è una delle strategie più potenti per indurlo a impegnarsi nell'apprendimento. E' inutile infatti chiedergli di prestare attenzione a qualcosa che non comprende pienamente. L'apprendimento diventa invece efficace quando il bambino riesce a utilizzare le conoscenze che già possiede come base che lo aiuti a capire il senso delle informazioni nuove e a stabilire tra esse dei legami. In caso contrario egli riuscirà solamente, nel migliore dei casi, a riprodurre piuttosto che comprendere, ad accumulare conoscenze frazionate piuttosto che metterle in relazione. 
Occorre dunque osservarlo quando prova a utilizzare ciò che ha capito, quando parla di ciò che  sa,  testando  la  sua  conoscenza  di  parole  e  concetti  senza  dare nulla per scontato. Occorre aiutarlo ad impadronirsi della struttura delle frasi complesse e ad arricchire il proprio lessico con le parole indispensabili per descrivere e comprendere i concetti astratti. Occorre chiedergli spesso se ci sono parole che non conosce o di cui non comprende appieno il senso, rassicurandolo sul suo diritto di avere dei dubbi e di fare degli errori. Non bisogna farsi trarre in inganno dalla constatazione che i bambini adottati internazionalmente hanno tempi inaspettatamente  brevi di apprendimento dell'italiano: quello che imparano in tempi brevissimi è infatti un vocabolario limitato, adatto per cavarsela nella vita quotidiana ma insufficiente per padroneggiare il linguaggio dell'apprendimento scolastico, carico di polisemie, sfumature, nessi, inferenze, concetti astratti e riferimenti culturali. 
Quando un bambino ha imparato a concentrarsi sulle informazioni essenziali mettendo da parte quelle non pertinenti e a riconoscere ed esplicitare ciò che non capisce siamo davvero a un buon punto. Ma non basta. Ora si tratta di mettere stabilmente a dimora queste conoscenze all'interno della sua mente. Si può aiutarlo invitandolo a fermarsi e a prendersi un tempo di silenzio per far esistere in uno spazio nella mente ciò che ha ascoltato, visto o sperimentato. Gli si può suggerire di provare a riascoltare, ripetere, rivedere mentalmente quanto ha appena appreso. 
Si tratta poi di aiutarlo a verificare, correggere o arricchire la memorizzazione tramite un avanti - indietro tra l'esterno (la dimensione percettiva: il libro, l'immagine, la spiegazione) e l'interno (il contenuto della mente). Sarà solo quando il bambino avrà imparato a utilizzare questo spazio interiore per depositarvi le nuove conoscenze che  potrà cominciare a collegarle e organizzarle per portare il suo pensiero a un livello più alto. 
Si potrebbe andare avanti con molti esempi  (ogni  grado  di  scuola  ha  i  suoi  scogli  che richiedono strategie mirate), ma il principio di fondo resta sempre lo stesso: mettere in atto un supporto didattico che non dia niente per scontato e cerchi di raggiungere il bambino (o il ragazzo) là dove egli è.  
 
Che dire infine del suggerimento, che spesso viene dato ai genitori adottivi, di far aiutare i bambini nel loro lavoro scolastico da una figura esterna, per sollevare la relazione familiare dallo stress dei compiti? A mio parere questo consiglio è da prendere in considerazione, ma non è valido in assoluto.  
Se quello dei compiti diventa terreno di tensioni e conflitti, se i genitori sono molto ansiosi e investono troppo sulla riuscita scolastica, ben venga una figura esterna che sollevi le relazioni familiari dall'attenzione quotidiana ai doveri scolastici per lasciare spazio alla comunicazione su altri terreni. Un aiuto esterno può inoltre diventare opportuno in adolescenza, quando si comincia a sentire il bisogno di rendersi autonomi dai genitori. In questo caso, può risultare molto utile ricorrere a un giovane adulto dello stesso sesso del minore (uno studente universitario o un educatore, per esempio),  che oltre a garantirgli  un sostegno didattico costruisca con lui,  ponendosi come modello positivo, una relazione significativa di rispecchiamento e di accompagnamento verso la vita adulta. 
Nelle situazioni meno problematiche, tuttavia, ritengo che l'aiuto dei genitori possa essere sufficiente e che abbia anzi la funzione di rafforzare il legame. Accompagnare un bambino verso la riuscita scolastica significa soprattutto  garantirgli  la stabilità  e  il  clima  di fiducia necessari per far nascere in lui la disponibilità ad apprendere. Lo si aiuta accompagnandolo nel quotidiano con un lavoro paziente, dandogli il diritto di sbagliare e riprovare, rispettando i suoi ritmi senza trasformare l'aiuto in una corsa contro il tempo per colmare le lacune. Lo si aiuta con  un accompagnamento calmo e perseverante, che gli consenta di costruirsi pian piano quella base solida a partire dalla quale potrà incamminarsi verso l'autonomia.  Ma ricordiamoci sempre –  e ricordiamolo agli insegnanti -  che un bambino adottato ha bisogno di tempo affinché la sua maturazione affettiva, cognitiva e sociale si metta al passo con l'età anagrafica, e che le pressioni non serviranno ad altro che a far aumentare la sua ansia e a frenare il suo desiderio di imparare.  
 
 
Dr.ssa Livia Botta - Psicologa e Psicoterapeuta 
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