Livia Botta 
COME TU MI VUOI 
(pubblicato in “Adozione e dintorni”, dicembre 2013) 
 
 
 
 
Concludo questa serie di articoli sul rapporto dei minori adottati col mondo della scuola con una riflessione su una situazione (realmente? o solo  apparentemente?) per nulla problematica. 
Mi riferisco a quei bambini non piccolissimi, solitamente adottati a un'età a ridosso dell'inizio della scolarizzazione, che imparano a gran velocità l'italiano, non vedono l'ora di entrare a scuola, rispondono in modo soddisfacente alle prime richieste degli insegnanti e ne sono fieri, dimostrando nei fatti che le preoccupazioni di genitori e docenti sul loro ingresso nella comunità scolastica erano senz'altro eccessive.  
Sono bambini che tranquillizzano i genitori.  Conosciamo l'ansia che un genitore adottivo prova quando il proprio figlio entra a far parte del mondo scolastico, su cui spesso si proietta la ricerca di una conferma rispetto alla normalità del bambino e del proprio valore di genitore. E un buon inizio scolastico è senz'altro una conferma che la dotazione cognitiva del figlio e le sue capacità autoregolative si sono strutturate e sono rimaste integre pur attraverso circostanze avverse, che il bambino ha una buona capacità di resilienza.   
Spesso questi bambini appaiono anche molto adeguati nel rispondere alle aspettative degli adulti. Sono bambini saggi e docili, che raramente hanno scatti di rabbia, bambini ubbidienti che si piegano con facilità alle esigenze degli adulti, per lo meno nel primo periodo successivo all'adozione. 
Tutto bene? Non è detto.   
Dietro a questa docilità potrebbe infatti nascondersi una grande paura del fallimento, inteso come un'ennesima conferma di inadeguatezza. Questi bambini potrebbero non tollerare l'eventualità di essere giudicati incapaci, non degni di stima da parte dell'adulto. Il timore di un nuovo abbandono (esperienza già sperimentata, a volte anche ripetutamente) potrebbe tradursi per loro in un desiderio di perfezione strettamente connesso alla paura di deludere e di essere ancora una volta rifiutati.  
Non sono pochi infatti i bambini che arrivano all'adozione avendo imparato (senza esserne consapevoli) che tramite la compiacenza e la seduzione possono ottenere qualcosa dall'adulto; che hanno sviluppato mille antenne per intuire i desideri dell'altro (anche quelli non espressi esplicitamente) e per cercare di soddisfarli.  
Ma a questi comportamenti esterni adeguati e apparentemente solidi possono corrispondere un interno debole e difficoltà emotive in una sfera più profonda, connesse alle deprivazioni cognitive e affettive vissute nella prima infanzia.  Vivere nel desiderio dell'altro e non nel proprio implica infatti la difficoltà di riconoscere  i  propri bisogni emotivi  e una perenne condizione di ansia e stress. 
E' dunque importante che i genitori non colludano con questi comportamenti tranquillizzanti e gratificanti, e che evitino di cadere in alcune “trappole”.  
 
La prima riguarda l'inizio della frequenza scolastica. Sappiamo bene che molti bambini che vengono adottati già grandicelli manifestano da subito uno pseudo-adattamento con la richiesta quasi immediata di andare a scuola. Lo fanno, spesso, perché nel loro immaginario il contesto scolastico riproduce la vita in istituto, che è per loro qualcosa di più familiare di una coppia di genitori.  Ma questa richiesta,  rassicurante  per  i  genitori,  se  accontentata  può rivelarsi rischiosa o fallimentare.  
Il bambino infatti, quando chiede di andare subito a scuola, non sa che la frequenza scolastica sarà per lui estremamente impegnativa, non solo in termini di apprendimenti, ma anche  di  relazioni  con  i  compagni  e  gli  insegnanti.  La  scuola  non  è  l'istituto  ma  una  realtà assai  diversa,  che  gli  richiederà  un  ulteriore adeguamento  e  quindi  un'altra  fatica  da affrontare, nuova ansia e nuovo stress.  
Nella migliore delle ipotesi, se l'investimento sulle prestazioni scolastiche avrà successo, sarà però mancato il tempo necessario a consolidare i legami familiari. Se invece le cose andranno meno bene, i bambini potranno esprimere il surplus di fatica con  la  rinuncia di fronte alle difficoltà,  o con una fobia scolare che potrà assumere  diverse  forme  (disturbi  somatici, atteggiamenti di rifiuto, comportamenti aggressivi e provocatori). 
E' dunque importante frapporre sempre alcuni mesi fra l'arrivo del bambino e il suo ingresso a  scuola, senza colludere con la sua  “fretta”,  prendendosi tutto il tempo necessario a "fare famiglia" e mettendo per il momento in secondo piano quanto ha a che fare con prestazioni di ordine cognitivo.   
 
Altrettanta attenzione va posta al modo di reagire di fronte ai successi scolastici. Una buona riuscita a scuola va senz'altro riconosciuta e “festeggiata”, ma senza esagerare. Se per un bambino l'investimento nell'andar bene a scuola diventa la misura con cui dar valore al proprio sé, e se i genitori rafforzano questa sua convinzione, cosa succederà infatti  al momento dei primi insuccessi?  
Non dobbiamo mai dimenticare che i bambini e i ragazzi adottati hanno grandi insicurezze e fragilità.  Sono estremamente suscettibili  e  accettano con difficoltà  anche la più piccola sconfitta. Un insuccesso in un ambito fortemente “investito” dai genitori potrebbe scatenare in loro forti reazioni emotive e indurli a rifiutare di mettersi nuovamente alla prova, per non rischiare nuovamente di fallire; senza escludere l'eventualità che il bambino “esploda” in una liberazione  di  aggressività  fino  a quel momento repressa.  Meglio allora riconoscere e rafforzare non tanto e non solo il loro essere “tra i primi della classe”, quanto piuttosto il loro riuscire a esprimere e dar nome a emozioni e sentimenti, positivi o negativi che siano, i loro tentativi di entrare in relazione in modo autentico con i coetanei  e con  gli  adulti,  le loro abilità e doti naturali. 
Perché difficoltà e insuccessi a scuola ci saranno sicuramente, come accade a tutti i bambini e ragazzi  in qualche spezzone del loro percorso scolastico. Per un bambino o un ragazzo adottati sarà più facile che questo accada nei passaggi tra i cicli scolari, o quando si dovranno affrontare altri cambiamenti (ad es. materie o insegnanti nuovi). Quasi sicuramente i bambini che arrivano in Italia in età scolare incontreranno difficoltà linguistiche più avanti nel tempo, perché per loro l'apprendimento della lingua italiana non è un processo semplice  e lineare. Anche  se impareranno molto rapidamente la lingua della quotidianità,  potranno infatti incontrare difficoltà anche serie dopo anni dall'arrivo in Italia, quando si tratterà di “comprendere e ripetere” la storia, o di capire il testo di un problema, o di esprimersi con ricchezza lessicale in un testo scritto. O potranno incontrarne nella scuola superiore, quando diventerà una discriminante critica la capacità di concentrazione, di organizzazione e di autonomia nello studio.  
A queste difficoltà bisogna essere preparati, evitando di metterle al centro, dando al bambino o al ragazzo tutto l'aiuto necessario e contemporaneamente valorizzando le altre sue doti, nella consapevolezza che un soggetto sicuro del proprio valore come persona e dei propri affetti riuscirà a superare questi  scogli  più agevolmente di chi dovrà affrontare le stesse difficoltà con l'ansia di dover riuscire perché nella riuscita si  gioca  il suo  “valere qualcosa” per qualcuno. 
 
Quanto detto fin qui ci aiuta anche a dare significato evolutivo a certi comportamenti che possono manifestarsi, a casa come a scuola, a una certa distanza dall'adozione. Non è raro infatti che atteggiamenti oppositivi e provocatori,  vivacità  e  distraibilità  eccessive  a  scuola, possano comparire  dopo una prima  fase di  comportamenti  molto adeguati.  Si tratta di una sorta di messa alla prova dell'adulto, che richiede da parte di genitori e insegnanti la capacità di dare limiti chiari, all'interno di una relazione affidabile ed empatica che non faccia ricorso alla colpevolizzazione. E' una oppositività che va compresa anche nella sua valenza positiva: implica che il bambino non si sente più obbligato a mostrare compiacenza per essere accolto, che può lasciar spazio dentro di sé alla speranza che gli adulti di riferimento siano abbastanza forti e  lo amino al punto da poter contenere anche le sue parti meno positive; al punto, anche, da non aver aspettative scolastiche troppo elevate, ma piuttosto capacità  di osservarlo per riconoscere le doti che egli possiede in quanto individuo unico e per aiutarlo a svilupparle.  
 
 
 
Dr.ssa Livia Botta - Psicologa e Psicoterapeuta 
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