Madri figlie amiche nemiche  
di Livia Botta  
 
Relazione a un ciclo di incontri con genitori di adolescenti , Genova primavera 2006 
 
 
 
Perché - si chiedono i genitori – nelle famiglie attuali, che pure sono assai più attente ai bisogni dei figli di quelle del  passato, un certo livello di conflittualità generazionale  permane,  anche se più attutito e sfocato? Lo scontro con i genitori è dunque necessario per crescere?   
Perché, poi, il conflitto è più frequente tra madri e figli, e perché tra madre e figlia può raggiungere  i livelli più intensi e dolorosi?  
 
In passato si descriveva la relazione tra genitori e figli adolescenti come caratterizzata per eccellenza da conflitto e opposizione, mentre oggi è dimostrato che la maggioranza degli adolescenti mantiene sostanzialmente buoni rapporti con i genitori.  I casi di conflitti gravi sono rari e sempre ricollegabili a precedenti problemi relazionali. Il moderato livello di contrapposizione che caratterizza, nella  maggior parte  dei  casi,  le  attuali  relazioni  tra  genitori  e figli  adolescenti  può  essere considerato un  semplice fenomeno adattivo, che segnala la necessità di un cambiamento della relazione, più che una sua rottura.  
Se vogliamo però capire meglio perché un certo livello di conflittualità sia inevitabile e perché i conflitti madre-figlia tendano ad essere i più intensi, talora anche  in  mancanza di significative ragioni per cui contendere, dobbiamo riferirci a quanto ci suggerisce in proposito la teoria psicoanalitica (1).  
 
Il rapporto degli adolescenti (maschi e femmine) con la madre procede in modo più tumultuoso rispetto a quello col padre perché essi avvertono inconsciamente che la figura paterna interferisce meno di quella materna nella loro spinta verso l’autonomia. E’  la madre  infatti che a livello  profondo e inconsapevole rappresenta quella sorta di calamita che li attrae verso un passato di cui avvertono in parte il richiamo.  
All’inizio, soprattutto nel primo anno di vita, per la mente del bambino c’era solo la “mamma tutto”, in un rapporto all’insegna  della  totale  dipendenza.  E nel passaggio  dall’infanzia  all’adolescenza  è  proprio quella figura “arcaica”, antica, di madre onnipotente che si ripresenta nell’inconscio dei ragazzi.   
Questa madre, in cui il preadolescente è tentato a volte di rifugiarsi prima di riprendere l’itinerario dell’autonomia, ha un aspetto fortemente ambivalente: da un lato con la  sua presenza lo rassicura, dall’altro lo angoscia facendolo sentire totalmente dipendente.  E’ questa “madre  interna”, questa  figura dell’immaginario che spesso ha poco a  che fare con la madre reale, che pone i figli di fronte alla necessità di svincolarsi, di spezzare l’originaria simbiosi per affermare la propria identità.  
 
Quanto detto fin qui è vero sia per i maschi che per le femmine.  La ragazzina, tuttavia, incontra una difficoltà maggiore a separarsi dalla madre,  perché l’identità  di genere rende più speculare il rapporto madre-figlia.  
Accade così che avvicinandosi alla pubertà la preadolescente cominci ad avvertire che l’attaccamento alla madre rappresenta un pericolo per la conquista della propria femminilità: questo legame così intenso, anche nella sua ambivalenza, la riporta infatti a quelle forme di dipendenza infantile che cerca in ogni modo di contrastare.   
 
Per queste ragioni accade che la ragazzina passi dalla sopravvalutazione di una figura materna onnipotente, sia nei suoi aspetti positivi che negativi, a  forme  di svalutazione che non hanno più l’ingenuità delle critiche infantili. I suoi attacchi assumono ora il tono di un confronto tra donne, in cui a volte s'insinua l’invidia: un sentimento non consapevole, che può esprimersi attraverso manifestazioni di disprezzo del tutto immotivate, che sembrano avere come unico scopo la volontà di ferire la madre.  
Come ogni meccanismo di difesa, anche la svalutazione della figura materna ha i  suoi effetti  protettivi: serve a ridimesionare la forte idealizzazione che fa apparire la madre come un modello irraggiungibile. Si inaugura cioè, nella relazione dell’adolescente con la madre, un meccanismo presente anche nelle relazioni fra adulti: ad una idealizzazione eccessiva e acritica segue  quasi  inevitabilmente una fase di svalutazione, spesso altrettanto acritica ed eccessiva.   
 
Per quanto irritanti e spesso dolorosi possano essere per una madre gli atteggiamenti svalutativi della figlia, non va dimenticato che  in realtà  essi rappresentano il  segnale  di una svolta che  non  solo  è inevitabile, ma anche positiva.   
E’,  infatti,  proprio attraverso questo nuovo sguardo critico che  la  ragazzina  comincia  ad  allentare  il legame  affettivo  dell’infanzia  in  cui  si  sente  ancora  rinchiusa.  E’  un legame da cui deve liberarsi  per avvicinarsi ad altre relazioni femminili che le consentiranno di arricchire l’identificazione originaria con la madre  affiancandole  una serie  di  altri  modelli,  utili  per completare  il  mosaico  della  sua  femminilità in modo più libero e autonomo.  
Se in questa fase il padre rimane di solito indenne dagli  attacchi  più o meno espliciti  della  figlia  è perché  per le  preadolescenti  l’attaccamento alla  madre rappresenta  un pericolo maggiore che non l’attaccamento al padre: il legame con la madre costituisce infatti un ostacolo più grave al desiderio della preadolescente di diventare donna.  
 
Da questo punto di vista, allora, meritano in fondo maggiore attenzione le situazioni in cui la ragazzina continua a vivere all’ombra della madre, mantenendo nei suoi confronti un’ammirazione che la spinge ad imitarla, a essere come lei, e nello stesso tempo a ritirarsi in un mondo infantile.   
Certo, con una figlia che non contesta mai la madre tutto fila più liscio, senza contrasti e senza conflitti. Ma in questa calma  in  cui  sembra non avvenire nulla potrebbero  addensarsi  le ombre di un difficile distacco dalla figura materna e di una maggiore fatica di crescere.  
 
C’è un ulteriore elemento, meno “universale” e più legato ai tempi, che può complicare, a un livello meno visibile, il rapporto tra madre e figlia adolescente.  
 
Oggi viviamo in un’epoca per molti aspetti adolescenziale, in cui gli adulti sembrano  spesso assumere come modello lo stesso modo egocentrico e narcisistico di vivere e di pensare dei ragazzi. Si vorrebbe “fermare il tempo”, non invecchiare. Il culto del corpo tende a restringere il divario  fra adolescenti  e  adulti  anche sul piano dell’immagine. Sono molti oggi i genitori che vestono allo stesso modo dei figli, parlano lo stesso linguaggio, conservano un aspetto quasi adolescenziale nonostante i quaranta, quarantacinque  anni  compiuti,  così  come  non  è  infrequente  che  una  madre  possa  essere scambiata per la sorella della figlia.  
 
E’ un’evenienza, quest’ultima, che può essere piacevole per la madre.  Ma cosa comporta questa confusione di ruoli per la figlia adolescente?  Che conseguenze può  avere il fatto che la ragazzina, proprio quando sta cominciando a farsi avanti - ancora piena di dubbi - sul palcoscenico della femminilità,  trovi il centro della scena ancora occupato da una madre in minigonna che continua ad attirare gli sguardi maschili, o si iscrive all’Università, o disvela al mondo la sua felice vita sessuale con una nuova gravidanza? Questa madre  “sempre  giovane” può  rappresentare  per la figlia  adolescente uno stimolo  in  più  per identificarsi con lei, nei suoi aspetti più femminili e vincenti.   
Ma c’è anche il pericolo che sentimenti più nascosti possano rendere impossibile questa identificazione: il  desiderio di essere come la madre può essere soffocato dal divieto  inconsapevole di prenderne il posto, dalla paura di  distruggerla.  Ne  possono derivare  allora  un  rifiuto  della  femminilità  che  va  a riflettersi  in  diversi modi sull’immagine corporea; oppure vissuti  inconsci di gelosia che  possono portare ad  esperienze  sessuali  precoci,  vissute,  a  livello inconsapevole,  non  come  espressione  di  un  proprio autonomo desiderio, ma come esperienze “contro” la madre rivale.  
 
 
 
Lettura suggerita:  
S. Vegetti Finzi, A. M. Battistin, L’età incerta. I nuovi adolescenti, Mondatori 2000.  
 
 
NOTE 
(1) Un  testo  che  tratta  delle  dinamiche  dell’adolescenza  da  un  punto  di  vista  psicoanalitico  e  con  linguaggio  accessibile  è L’età incerta. I nuovi adolescenti, Mondadori, Milano 2000, di Silvia Vegetti Finzi e Anna Maria Battistin. Il volume, che conclude la trilogia  dell’età  evolutiva  iniziata  con   A  piccoli  passi  e  I  bambini  sono  cambiati,  è  particolarmente  attento  alle  tematiche  del femminile e del rapporto madri-figlie. La presente relazione si rifà principalmente a questi contributi.   
 
 
 
 
Dr.ssa Livia Botta - Psicologa e Psicoterapeuta 
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