SETTEMBRE PEDAGOGICO 2013 - UNA SCUOLA IN SALUTE 
Andria, 26-28 settembre 2013 
 
QUALI “SPECIALI ATTENZIONI EDUCATIVE” PER GLI ALUNNI ADOTTATI?  
di Livia Botta 
 
www.liviabotta.it 
www.adozionescuola.it 
 
 
 
La recente normativa sui “Bisogni Educativi Speciali” (Direttiva ministeriale 27/12/2012 e Circolare applicativa) ha modificato e arricchito il quadro italiano dell'inclusione scolastica, rendendolo al contempo più complesso, più articolato e più flessibile. Ha spostato l'ottica da “tipizzazioni” e categorie diagnostiche che riconoscono una situazione di “diritto”, per considerare ciascun alunno nella sua globalità, come soggetto che può trovarsi, permanentemente o per un periodo transitorio, in una condizione che ostacola in modo più o meno grave il suo apprendimento e che richiede speciali attenzioni educative. Si va, dunque, verso il venir meno di rigidi steccati tra studenti “forti” e studenti “fragili”, verso un concetto di personalizzazione educativa da intendersi come sforzo per portare ciascun alunno al punto più avanzato del proprio limite.  
La nuova normativa sollecita la professionalità degli insegnanti, chiamati a interpretare e a declinare la direttiva a livello di singola scuola e di singola classe, con autonomia e responsabilità nel riconoscere i bisogni educativi speciali di alcuni dei loro alunni e nell'individuare le strategie più adeguate per farvi fronte.  
 
“In ogni classe ci sono alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse”. Così recita la normativa. Dobbiamo comprendere tra questi soggetti anche i bambini adottati? La risposta non può essere univoca: non tutti e non sempre (e questo proprio nell'ottica dei BES), ma certo molti di essi, e forse tutti in particolari momenti della loro frequenza scolastica, possono aver bisogno di “speciali attenzioni”. 
Ma chi sono i bambini adottati, quali caratteristiche li accomunano?  
Sono tutti bambini che provengono da situazioni di abbandono o di separazione dalle famiglie d’origine per  trascuratezza, povertà, maltrattamento  o  abuso.  Attualmente la stragrande maggioranza di essi proviene dall’estero. Sono tanti: oggi, considerando solo l'adozione internazionale, si tratta di quasi 4.000 minori all’anno, provenienti da oltre 70 paesi. E sono sempre più grandi: l'età media all'adozione si attesta attualmente sui 6 anni. Sono bambini che sempre più spesso giungono in adozione dopo un periodo prolungato di permanenza in istituto, sovente con significative carenze sul piano fisico o psicologico e conseguenti problematiche affettive e comportamentali.  Anche se ogni bambino è unico e irripetibile e ogni adozione è diversa dalle altre, bisogna  tener presente che i minori adottati – soprattutto se passati attraverso plurimi abbandoni e separazioni - sono sempre portatori di una sofferenza legata al venir meno della continuità dell’esperienza di vita: sofferenza che, per essere superata, avrà bisogno di figure di riferimento (genitori,  ma  anche  insegnanti)   dotate  di  una  particolare disponibilità e di una capacità empatica non comuni. Bisognerà essere in grado di interpretare correttamente e tollerare (per un tempo che potrà essere anche lungo) difficoltà  di  attaccamento  che  potranno  manifestarsi  in  comportamenti  instabili  o iperattivi o al contrario oblativi e compiacenti. Potrà rendersi necessario riconoscere e soddisfare bisogni affettivi e psicologici non sempre corrispondenti all’età anagrafica dei bambini.  
Pur nella grande varietà dei casi, anche dal punto di vista dell'apprendimento possono esserci delle difficoltà. Le ricerche internazionali ci dicono che i disturbi specifici di apprendimento sono  presenti  nei  bambini  adottati  in  percentuale  quattro  volte superiore alla popolazione di riferimento. Ma possono evidenziarsi  anche difficoltà scolastiche generiche, correlate a un'immaturità psicologica e funzionale: rallentamenti nello sviluppo delle funzioni intellettive causati da problematiche perinatali, situazioni 
di deprivazione precoce o traumi possono far sì che il bambino non sia pronto per gli apprendimenti scolastici adeguati alla sua età cronologica. Nel caso di minori adottati in età scolare, inoltre, aver iniziato i primi apprendimenti in una lingua diversa rappresenta un ulteriore fattore di rischio, così come aver frequentato nel paese d'origine scuole con insegnamento inadeguato.  
Assai spesso si presentano  problematiche  nell'ambito  dell'attenzione,  della concentrazione e della capacità di autoregolarsi: difficoltà che possono essere presenti anche in soggetti di buona intelligenza e che si traducono in ostacoli potenti all'apprendimento. Possono avere cause diverse, sia biologiche (eventi negativi  che hanno  influenzato lo sviluppo neurologico precoce), sia  psicologiche (mancanza di continuità nei primi legami di attaccamento che può riflettersi in livelli di ansia eccessivi e disorganizzazione del pensiero, carente autostima, sfiducia...).  
 
Cosa sta facendo la scuola per integrare al meglio questi bambini e accompagnarli verso il successo scolastico?  In passato si è fatto poco, ma in questi ultimi anni qualcosa si sta muovendo.  
A livello nazionale, in risposta alle sollecitazioni delle associazioni di genitori riunite nel coordinamento CARE (che avevano inviato nel settembre 2010 un  Dossier  all'allora ministro Maria Stella Gelmini chiedendo l'apertura di un tavolo di confronto) si è costituito presso il MIUR, nel giugno 2011, un Gruppo di lavoro misto con il compito di studiare le problematiche relative all'inserimento scolastico dei minori adottati e inaffido e di individuare le più adeguate modalità di accoglienza scolastica. La prima uscita pubblica di questo Gruppo di lavoro è stata l'emanazione una Circolare inviata nel giugno 2012 agli Uffici Scolastici Regionali, avente per oggetto la rilevazione delle problematiche educative connesse all'inserimento scolastico dei minori adottati, l'acquisizione di informazioni sulle strategie messe in atto dalle scuole e sull'eventuale realizzazione di iniziative di formazione, l'invito a nominare un referente per ciascun USR. Nel marzo 2013 è stato infine siglato un Protocollo d'Intesa tra il MIUR e il CARE, che pone le basi per future iniziative: offerta di formazione, individuazione di referenti, supporto ai docenti, istituzione di un gruppo di lavoro nazionale incaricato della stesura di linee guida. 
Contemporaneamente, a livello locale cominciano a essere siglati primi Protocolli d'Intesa e Accordi programmatici volti a istituire una sinergia tra scuole, servizi socio-sanitari, enti locali, associazioni dei genitori, con lo scopo di elaborare strumenti comuni per affrontare in modo adeguato le problematiche connesse all'integrazione degli alunni adottati, di favorire la diffusione di una cultura dell'adozione, di promuovere iniziative di formazione mirate. E' il caso dei Protocolli della Regione Veneto, di Bolzano, di La Spezia, di Monza e Cremona e di altri in dirittura d'arrivo. Ne danno e ne daranno notizia sia il sito di  Adozionescuola che quello del CARE.  
Sempre a livello locale si moltiplicano le iniziative di formazione e di confronto di buone pratiche. Sul sito di  Adozionescuola è illustrata l'esperienza realizzata in Liguria dal 2008 al 2012 nell'ambito delle iniziative di formazione promosse dall'ANSAS ex IRRE e sono raccolti molti dei materiali prodotti. Si è trattato di un Progetto di ricerca e formazione che ha visto procedere in parallelo un'azione di prima sensibilizzazione ad ampio raggio sul territorio regionale e la costituzione di un gruppo di lavoro misto (insegnanti, genitori adottivi e operatori) che si è formato sulle diverse tematiche e ha lavorato alla stesura di un  Vademecum per insegnanti (“Alunni adottati in classe”), distribuito nelle scuole della Regione, e di una Carta d'intenti proposta alle scuole come modello su cui declinare una progettualità d'istituto da inserire nel Piano dell'Offerta Formativa. 
 
Ma di quali “Speciali Attenzioni Educative” hanno bisogno gli alunni adottati? Quali sono i “temi sensibili” che richiedono disponibilità, attenzione e strategie ad hoc? 
Ricordiamo, tra essi, il primo ingresso a scuola, in termini di cura dell'accoglienza ma anche di flessibilità dell'inserimento (possibilità di inserire il bambino, se opportuno, in una classe precedente a quella corrispondente all'età anagrafica; per i minori arrivati da poco, possibilità di avviare la frequenza scolastica per un numero ridotto di ore al giorno,  con partecipazione  ad attività    che  favoriscano  le  potenzialità  espressive  e operative, ecc.). 
Ricordiamo poi l'importanza di trattare in classe con la dovuta delicatezza i temi relativi alla diversità etnica e culturale e alla storia personale. Quest'ultima andrebbe affrontata in maniera inclusiva, individuando – anche in collaborazione con i genitori – le modalità più appropriate per favorire la partecipazione di tutti i bambini, compresi quelli adottati. 
Nel caso in cui si presentino difficoltà di apprendimento o  di  comportamento,  la comprensione del disagio e la scelta delle strategie per farvi fronte dovrebbero tener conto delle componenti correlate alla condizione adottiva. 
Speciale attenzione, infine, richiede la relazione scuola-famiglia, che potrà essere sostenuta dall'istituzione di insegnanti referenti  per  l'adozione  (che cominciano a esistere in molte scuole), formati sulle tematiche specifiche, con il compito di fare da ponte tra le diverse figure  (insegnanti,  famiglia,  eventuali  altri  operatori)  che  si prendono cura del bambino. 
Se queste sono “attenzioni” di carattere generale, starà poi ai docenti declinarle sui bisogni specifici di ciascuno dei loro piccoli studenti. E questo risulterà più facile se, nel caso di un bambino adottato, oltre ai suoi comportamenti manifesti si terrà a mente anche la sua condizione esistenziale. 
 
 
 
Dr.ssa Livia Botta - Psicologa e Psicoterapeuta 
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